Ascolta il brano del film durante la lettura: Virtual Mima

wm challenge-2 copia 2Blu. Da un po’ di tempo mi girava in testa questo colore. Pigmento della fantasia e dell’irreale. Quando scrissi le varie sfide di questa challenge cinefila, alla numero 9 ebbi in mente soltanto un film: Perfect Blue. Quasi come un’ossessione sconosciuta, silenziosa, saziata di crescente curiosità per l’opera prima del Maestro Satoshi Kon; lo stesso autore di Paprika – Sognando un sogno. Sapevo di aspettarmi uno psico-thriller, ero consapevole di andare incontro al cosiddetto genere mindfuck, come dice sempre un mio amico cinefilo. E infatti, oltre a lasciarmi spiazzato, quel film diede un nuovo e terribile significato al blu: allucinazione.

Mima Kirigoe è una idol di un terzetto di cantanti chiamato Cham, uno dei numerosi gruppi japan-pop molto in voga in Giappone e vero e proprio fenomeno culturale. Nonostante i fan e il successo, Mima si sente insoddisfatta della sua carriera e vorrebbe trovare nuovi stimoli. Sceglie così tra la delusione dei sostenitori, tra cui uno stalker ossessionato da lei, e la pressione della sua agenzia di spettacolo, di diventare un’attrice e una modella. Viene arruolata per una serie tv drammatica, e la carriera sembra procedere bene. Ma una serie di fatti inquietanti iniziano ad accadere: minacce via fax, l’esistenza di un sito internet la stanza di Mima in cui qualcuno descrive le sue giornate nei minimi dettagli, strane visioni. Fino a quando le viene proposto di girare una scena di stupro. Tale evento la sconvolge così profondamente al punto di renderla incapace di distinguere tra fantasia e realtà…

la-locandina-di-perfect-blue-172744_jpg_750x400_crop_q85-2Basato sul romanzo Perfect Blue: Complete Metamorphosis scritto da Yoshikazu Takeuchi e realizzato dallo studio Madhouse (Trigun, Black LagoonDeath Note e moltissimi altri), il film l’esordio di Satoshi Kon nel 1997 è psichedelico e acuto, fatto di immagini sorprendenti e agghiaccianti ma carico di temi moderni e retrospettive inquietanti sulla nostra società dell’immagine.

Il dualismo è sempre stato presente nella breve ma sfolgorante carriera di un cineasta che ha segnato immaginari e registi come Arnofosy e Nolan nel concetto di sogno e il cinema come metasogno. Per Kon, la realtà e l’illusione sono gli strumenti per togliere il trucco alla società specchiata in sé stessa, vittimia dei suoi istinti più profondi. Ma soprattutto, il regista gioca con la percezione e la visione che lo spettatore ha del personaggio. In una frenetica combinazione di soggettive e oggettive, sempre più labile diventa il confine tra lo sguardo illusorio della finzione di Mima e la realtà fittizia di chi osserva le vicende della storia. Frammenti di realtà di Mima – qualcuno cita inevitabilmente Psyco e Hitchcock – diventano così frammenti di personalità del personaggio, in un gioco continuo di riflessi e inquadrature specchiate da perdere ogni riferimento concreto nelle allucinazioni della protagonista.

perfect_blue_anime_screenshotQualunque siano le identità di Mima – vere o immaginarie, personali o altrui, in modo geniale Kon mette in scena un personaggio consapevole di essere tale, ma vittima dell’apparenza che si è costruita o, peggio, tormentata dall’immagine di chi è secondo lo sguardo del mondo. In una veste di Pirandello perverso, il regista dirige dunque una trama ad incastro ma senza via d’uscita, in cui il personaggio dello spettacolo, consapevole di esserlo e in cerca del vero sé stesso, trova una via di fuga apparente e una nuova identità… nella finzione. E lo spettatore non può rimanere indifferente davanti alla violazione delle regole dell’apparire – cinematografiche e umane.
Grazie anche alla scelta del genere, il regista riesce a fondere l’estetica originale raffinata e i canoni del thriller senza scendere a compromessi, ma portando contenuti e stili altamente personali in uno spazio di riflessione unici nello scenario cinematografico.

una-sequenza-del-thriller-perfect-blue-181058Perfect Blue, infatti, non è solo un viaggio astratto nelle allucinazioni psicologiche delle individualità di un personaggio. È anche una feroce e violenta panoramica sul mondo di oggi e, in particolare, delle dinamiche del mondo dello spettacolo. Il tema del doppio caro a Kon trova origine dunque nell’ambiente artistico; ben prima della memoria-storia di Millennium Actress e del sogno-realtà in Paprika. Il film esplora il dietro le quinte dello showbusiness, fatto di agenzie senza scrupoli e di pressioni sempre crescenti da parte di fan sempre più affamati ed estremi a caccia di gossip e manie di possesso dei “loro” idoli. Soprattutto, queste psicologie tormentate come Mima s’inseriscono in un grande gioco delle maschere, in cui l’oggettività e la finzione del personaggio si confondono in un’unica illusione; ben prima di opere come Il Cigno Nero, Enemy o Shutter Island. E, come se non bastasse, Kon intuisce nell’uso del primo Internet il potenziale pericolo dell’identità virtuale, con le avvisaglie di un fenomeno ormai attuale.

tumblr_nxegixmpPE1qmemvwo1_500In anticipo sui tempi, il regista sviluppa la storia dentro una Tokyo moderna tappezzata di pubblicità e di inviti sessuali. È dunque una critica velata all’uso della donna e della sua immagine. La sequenza dello stupro, oltre a ricordare la “danza” violentatrice di Malcom McDowell in Arancia Meccanica nella brutalità e nella resa drammatica , è in sostanza la metafora di una società che accetta lo stupro come rimedio estremo – falso o reale – all’appetito pornografico crescente dei fan di Mima. E dell’impatto psicologico sulla vita di una giovane ragazza.

Insomma, Perfect Blue è una riflessione amarissima e violenta sulla costruzione e decostruzione dell’identità contemporanea, in una realtà insoddisfacente per essere sé stessi. Potrebbe essere un film sulla schizofrenia dello spettacolo e lo sdoppiamento di personalità, ma sarebbe riduttivo. Pochi autori effimeri come Kon, infatti, sono stati in grado di influenzare generi e poetiche in modo così profondo. Perfect Blue non è dunque un film di ossessioni ma di allucinazioni. Tra musiche introspettive e transizioni di montaggio calcolate, specchi e acquari ovunque, si arriva al finale chiarificatore e fulminante. Un film di suspense e solitudine crescente che riflette – nel senso più ampio del termine – sul significato delle verità cinematografiche e sociali, in un contorto gioco con lo spettatore a riporre fiducia o diffidenza verso una macchina – il cinema – capace di squarciare il velo di Maya e interrogare noi stessi mentre assistiamo… alle proiezioni di noi stessi di ciò che guardiamo. In un loop senza fine.

«A volte non puoi vedere bene te stesso finché non lo fai attraverso gli occhi degli altri». Ellen DeGeneres

Top&Flop

Top: Una trama lineare, tanta suspence e mano d’autore. Tra la finzione che finge se stessa e l’inganno svelato agli occhi dello spettatore. Artisticità e intrattenimento nello stesso film. Un regista da conoscere e riconoscere in film e cineasti contemporanei.
Flop: I tratti violenti e desolanti possono dare molto fastidio a chi non riesce a sopportarne la loro rappresentazione, in particolare la scena dello stupro.

La frase

Mima Kirigoe: Ma io, sono davvero viva? Può darsi che io sia stata investita da quel camion e questo sia solo un sogno… 

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